Transizioni in America Latina, Chavez, Cuba e No Tav. Intervista a Gianni Vattimo


Pubblichiamo una breve intervista a Gianni Vattimo, lo abbiamo contattato per avere una sua opinione sulle transizioni in atto in America Latina. Durante la chiacchierata non sono mancate osservazioni sullo scenario politico italiano ed europeo.

Da osservatore attento dei processi che stanno attraversando e stravolgendo l’America Latina negli ultimi 20 anni, secondo lei possiamo parlare solo di un percorso di sviluppo più democratico, attento ai bisogni e ai diritti dei lavoratori, o potremmo affermare che si stanno sperimentando nuove vie verso il socialismo? Certo la morte di Chavez ha rappresentato un duro colpo, e forse una battuta di arresto, ma i percorsi di autodeterminazione in Venezuela, Bolivia, Equador, Brasile, Argentina, Uruguay sono ancora in atto.

Vattimo: Risponderei di sì a questa seconda ipotesi ma naturalmente bisognerebbe conoscere queste realtà più da vicino. Io conosco un po’ il Venezuela, l’Argentina il Brasile; tutte realtà tra loro eterogenee che hanno in comune il fatto di volersi sottrarre dal dominio capitalistico americano e internazionale. Credo esistano due punti di riferimento: il primo, più remoto dal punto di vista storico, è Cuba che ha resistito tutti questi anni e ha fatto da traino a tutta l’America Latina, nonostante i suoi problemi interni; il secondo è Chavez e il Venezuela.  Adesso è importante capire cosa faranno gli Stati Uniti nei confronti del Venezuela perché credo che la prima ipotesi, ancora valida, sia il tentativo di “ucrainizzare” il Venezuela, cioè produrre dei movimenti interni di contestazione. Il malcontento popolare è diffuso ovunque, quindi non sarebbe difficile mettere in moto anche lì delle azioni di tipo provocatorio e poi naturalmente provocare un intervento di qualche tipo, anche militare del resto. Lo stesso Obama ha dichiarato che il Venezuela è una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e questo potrebbe legittimare una possibile azione militare.

Bisogna comunque capire se si tratta di modelli politici interessanti, ad esempio vorrei un Italia chavista? In Venezuela c’è il petrolio, qui no e da quel punto di vista è difficile diventare uno stato chavista. Certamente l’esperienza sociale dei popoli latinoamericani mi sembra interessante perché non hanno una tradizione liberale individualista come l’Europa. Quando mi hanno descritto i processi attraverso cui si formano le liste elettorali a Cuba, cioè attraverso dibattiti popolari di quartiere e di zona, questo mi è sembrato legato ad un’esperienza di una socialità diversa rispetto a quella europea. Io mi muovo comunque con i piedi di piombo, di conseguenza sarebbe opportuno conoscere meglio la società venezuelana e cubana. Spero comunque che da lì vengano dei modelli. Dal punto di vista internazionale una America Latina relativamente più presente, più forte sullo scenario internazionale permetterebbe anche all’Europa di non dipendere dal modello americano. Io ho in mente un modello, quello dell’Italia degli anni ’50 e ’60 in cui il Partito Comunista non era al governo, e del resto non ci è mai arrivato, ma ha impedito alla Democrazia Cristiana di fare le porcate che hanno fatto i governi successivi. C’era un blocco che ti teneva d’occhio e rappresentava una realtà alternativa presente e possibile che limitava il disfacimento dei regimi capitalistici. Ad esempio lo Statuto dei lavoratori, ormai smantellato, lo hanno scritto durante un periodo di regime democristiano vigilato è contenuto dalla presenza del PC. Penso a questo modello applicato su scala internazionale. Mi viene in mente quando Lula ha visitato l’Iran di Aḥmadinežād nonostante le scomuniche americane.
Tutto sommato ho molte speranze sia dal punto di vista del modello sociale, più complicato da tradurre nel linguaggio europeo, sia dal punto di vista dell’equilibrio internazionale. L’America Latina dovrebbe raggiungere una maggiore coesione, anche se è un processo complicato qualcosa di unitario esiste: il Mercosur, Telesur.

Dalla metà del secolo scorso Cuba continua a rappresentare un faro e un modello per tutta l’America Latina. Come legge questo mutamento nei rapporti con gli USA (l’embargo per il momento è ancora in vigore) e la parziale apertura di Raul Castro al libero commercio? È una vittoria di Cuba oppure è una vittoria dell’occidente capitalista? Qual è il rischio più importante che dovrà affrontare la Cuba socialista in questo passaggio?

Vattimo: Quello che sta accadendo a Cuba è un po’ ambiguo, lo dimostra il fatto che non sia ancora stato tolto l’embargo. Negli Stati Uniti la lobby anticastrista è fondamentale, quasi quanto quella filo israeliana, per cui bisogna stare attenti. Ricordiamoci che i presidenti americani si eleggono in Florida dove comandano le mafie degli emigrati cubani. Nonostante questa mossa di alleggerimento da parte di Obama, Cuba rimane essenziale nell’evoluzione verso sinistra del continente latino-americano. È un vantaggio o uno svantaggio? Su due piedi ho cominciato a temere che fosse come la caduta del muro di Berlino, sono molto incerto sugli esiti di questa faccenda. Non mi dispiace per i cubani perché avranno più libertà di movimento all’estero, però non vorrei che fosse una cosa corruttiva. Questo è un passaggio molto delicato e spero non perdano le cose positive del regime castrista. Ovviamente la pressione su Cuba è sempre la stessa, bisogna premere anche dandole delle piccole soddisfazioni, come le privatizzazioni e un piccolo mercato, per poterla di nuovo dominare. È il destino del socialismo nel mondo. Cuba è l’unico posto dove esista ancora il socialismo, ma lo stanno rosicchiando.

Gianni Vattimo durante una manifestazione No Tav (foto ANSA).

Lei ha preso posizioni sempre molto nette riguardo la realtà cubana e la situazione del popolo palestinese. Nelle rare occasioni in cui è ospite di trasmissioni radio o televisive però sembra quasi costretto ad interpretare il ruolo, a mio modesto parere davvero poco gratificante e rispettoso del suo lavoro, del “dinosauro comunista” che continua la sua lotta contro i mulini a vento. Pochi giorni fa Gianni Minà raccontava che, invitato in una trasmissione Rai per affrontare il tema del disgelo tra Cuba e USA, prima del suo intervento, come presentazione, avevano mandato in onda l’imitazione che Fiorello fa di lui (che lui stesso apprezza), svilendo evidentemente la sua credibilità come giornalista. Mi viene in mente poi la famosa intervista di Pasolini, secondo lei c’è qualche margine per poter dire la verità utilizzando i media di massa senza compromessi?

Vattimo: La verità ce la raccontiamo fra di noi. Ad esempio, non tanto per quello che dico su Cuba ma soprattutto per le mie posizioni riguardo ai palestinesi, io non esco più sulla stampa. Non ho più parola, non riesco più nemmeno a scrivere una recensione. Nonostante ci siano quelli che non credono alla teoria del complotto, di fatto è così, normalmente un grande giornale italiano mi evita. Devo stare attento, mi sento un po’ messo fuori gioco e sono anche incazzato perché i giornali mi pagavano mentre adesso…il Mossad ha colpito là dove poteva. La situazione è questa e non vedo come e quando cambierà anche perché il governo Renzi si sta ormai “eternizzando”. Che fare? Un po’ di sabotaggio, un po’ di No Tav. Tutto sommato sono molto affezionato all’idea No Tav perché è uno dei pochi punti di conflitto dove si può mettere il bastone fra le ruote al sistema di autodistruzione capitalistica.

Il movimento No Tav è stato duramente colpito negli ultimi anni, anche dal punto di vista della comunicazione è praticamente sparito dai media.

Vattimo: Lo so, purtroppo siamo in una situazione di resistenza, non armata, ma con gente che non molla. Ma fino a che punto? E poi a che serve? Serve la testimonianza, sempre meglio esserci che non esserci, ma in Italia la situazione è disperata. Anche perché la crisi c’è ma non è così acuta, fortunatamente da un certo punto di vista, da suscitare una rivoluzione popolare o delle rivolte.

In Italia c’è ancora qualche possibilità di cambiamento radicale? Il declino del nostro paese e dell’Europa più in generale sembra inarrestabile. Oggi la storia si scrive ad altre latitudini. Le lotte, le vertenze portate avanti nel nostro paese sembrano davvero poca cosa rispetto a quelle combattute da altri popoli (per rimanere alle vicende più recenti penso al popolo ucraino e a quello kurdo).

Vattimo: Vuole augurarsi che qui la situazione precipiti fino al punto di prendere in mano le armi? Non ci credo e poi ci fregherebbero ugualmente perché il popolo curdo e il popolo ucraino sono popoli rispettabili ma sono popoli perdenti, c’è poco da dire. Tenendo d’occhio anche i dati sulla tipologia di armi acquistate dai governi, sempre più armi da guerriglia urbana, credo che i governi occidentali si stiano preparando ad una guerra contro i loro popoli sostanzialmente. Quando capiterà sarà fatale. È giusto che capiti? Spererei di no, ma crediamo che con qualche voto ad un parlamentare riusciamo a cambiare qualche cosa? Non lo so, non mi faccia parlare.

Escuelita Zapatista (photo www.nemizapata.com).

In un contesto simile l’unica scelta sensata per i movimenti della sinistra extra-parlamentare in Italia non sarebbe quella di recuperare una visione internazionalista, di lotta all’imperialismo (di cui anche il nostro paese fa parte a pieno titolo)?

Vattimo: Sì, certo. Dovremmo effettivamente bloccare questo processo di unificazione al ribasso della società europea.

Per tornare in America Latina, gli zapatisti sono stati sempre molto attenti all’utilizzo del linguaggio e della comunicazione. Perlomeno in Italia, dopo circa 20 anni di tele-dittatura, molti termini ed espressioni forgiati nella lotta operaia, usati – o peggio non più utilizzati e usurati – da quella che convenzionalmente è chiamata sinistra sono stati svuotati di significato, resi ridicoli, destrutturati: lotta di classe, proletariato, marxismo ecc..
Crede sia opportuno continuare ad utilizzarli oppure dovremmo “inventare”, a partire dalla prassi quotidiana, un nuovo linguaggio altrettanto efficace per descrivere la realtà?

Vattimo: Persino “comunismo” bisognerebbe evitare, anche se Ugo Mattei lo trasforma in “benicomunismo” che è sempre meglio di niente. Devo ammettere che questo tema mi appassiona poco ma io preferirei utilizzare le nostre vecchie terminologie perché sono cariche di valori. È come cercare dei nuovi mondi. Io sono passato attraverso l’asinello, la quercia ecc. per carità, meglio il vecchio linguaggio, meglio i vecchi nomi.

Ha avuto la possibilità qualche anno fa di conoscere Fidel Castro, probabilmente uno degli ultimi protagonisti del ‘900, ci può raccontare questo incontro? Che sensazioni le sono rimaste impresse?

Vattimo: Sono ancora commosso e conservo con religiosa attenzione un taccuino che lui mi ha regalato dopo il colloquio. Faceva dei disegni mentre parlavamo, io gli ho chiesto se me lo regalava e lui mi ha scritto anche una dedica. È stato molto commovente perché è stato anche uno dei miti della mia giovinezza. L’ho fatto parlare un po’ ma non è difficile far parlare Castro, è più difficile interloquire. Siamo stati insieme circa 4 ore e io avrò parlato 20 minuti ponendo delle domande, cercando di ricordare soprattutto i tempi della crisi dei missili e i rapporti con Chruščëv. So che continua a scrivere, l’ambasciata di Cuba diffonde i suoi discorsi. Non so cosa pensi della situazione cubana attuale, Raul non è sicuramente contro di lui è solo uno più dentro gli affari correnti probabilmente.

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