Women’s march on Washington. Il racconto della giornata in 80 scatti

I riflettori mediatici si sono accesi di nuovo sugli Stati Uniti e le narrazioni mainstream, come è consuetudine, hanno raggiunto un elevato tasso di tossicità. Due eventi non di poco conto nel giro di un paio di giorni: il 20 gennaio l’insediamento del 45° presidente americano con annessi tafferugli di piazza; il 21 gennaio le donne hanno marciato nelle maggiori città degli USA per protestare contro Donald Trump.
Ieri dalla costa est a quella ovest degli Stati Uniti – e in alcune capitali europee – si è tenuta una delle più grandi proteste della storia contro un presidente americano.
Siamo stati nella capitale degli Stati Uniti per documentare l’appuntamento principale: la Women’s March on Washington.
Abbiamo provato a racchiudere la giornata in 80 scatti.

Le parole d’ordine hanno scaldato i cuori dei presenti, non c’è dubbio, le indicazioni più concrete su come agire però sono arrivate come sempre da Michael Moore. Presente tra gli altri anche Angela Davis.
We, you, people, power, respect, women, pussy, nasty, rise, begninng, love, community, men, LGBT, friend, racism, fascism, fear, alone, believe, name, rights, family, resist, togheter, future, peace, America.
Certo manca “working class” ma non è una dimenticanza.

Non pubblichiamo né un resoconto dettagliato della giornata (potete rivedere la diretta streaming dell’evento), né un commento articolato perché preferiamo le inchieste e le interviste agli editoriali.
Ci limitiamo ad alcune brevi considerazioni.

La prima, dalla quale discendono poi tutte le altre, è: quella che è in atto da alcuni mesi e che negli ultimi giorni si è di nuovo acutizzata, è la legittima e necessaria protesta contro un presidente o la lotta imprescindibile contro un sistema?
Perché già qui potrebbero arrivare le prime obiezioni.
Trump-villain finora ha avuto involontariamente due grandi meriti: quello di scuotere qualche coscienza assopita e di riaccendere il dibattito su temi accantonati da tempo in un angolo.
Il rischio enorme però, dal nostro punto di vista, è che questo blocco multiforme che si sta costituendo in un’ottica anti-Trump non faccia altro che ripercorrere strade già battute dal altre decine di movimenti liberal per i diritti civili che non hanno neppure preso in considerazione l’idea di intervenire alla radice dei problemi: il sistema capitalistico.
Questo non è accaduto e non accadrà probabilmente nemmeno in questa – clamorosa – occasione, perché manca una linea politica di classe.
Il capitale, soprattutto quello più radical che paga le ferie ai suoi dipendenti per andare a protestare contro Trump, è in questa mobilitazione con tutte le scarpe e ha da tempo messo in campo le sue armi di comunicazione migliori. Fulvio Grimaldi ne parlava in questa nostra intervista.
Le proteste contro Trump sono doverose e ci auspichiamo continuino, ma lo sarebbero state anche quelle – mai avvenute – nei confronti di Obama.
E se avesse vinto Hillary Clinton? Non ci sarebbe stato nemmeno un sussulto. La discussione potrebbe finire qui.
Certo, come non sostenere chi lotta per richiedere uguaglianza e diritti sociali? Ma questa è davvero una lotta sociale, o uno dei più grandi eventi mediatici degli ultimi anni? Al netto della buona fede delle persone, non solo donne, e di alcune organizzazioni (Black Lives Matter ad esempio, seppur con alcune divisioni) che si sono mobilitate.
Con quali mezzi e con quanta convinzione poi si porterà avanti questa lotta? E di quali diritti si sta parlando?
Quello americano è un popolo particolare, si esalta per poco e poi torna sul divano o su instagram, generalmente gli piace protestare in modo colorato e pacifico (avevano fatto scalpore i post-it sotto la metro a New York sempre contro Trump) ma dimentica con estrema facilità le contraddizioni interne dell’imperialismo del quale gli Stati Uniti stessi rappresentano uno dei maggiori ingranaggi.
Tra l’altro è quanto meno singolare che il primo esportatore al mondo di democrazia si accorga che il proprio sistema democratico non funzioni quando emergono delle presunte anomalie come l’elezione di Trump.
Sostenere infine che quella scesa in piazza sia la “vera America” è una presunzione ridicola; una buona fetta dei lavoratori americani ha votato Trump, magari senza troppa convinzione ma lo ha fatto.
È un dato al quale non ci si può sottrarre.

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