Conversazione con Jerry Schatzberg tra fotografia e cinema

Jerry Schatzberg, Al Pacino e Kitty Winn sul set di Panic a Needle Park.

Cosa puoi chiedere alla persona che, come regista ha diretto Al Pacino nel suo primo film da protagonista; come fotografo ha ritratto i volti più noti del secondo ‘900 da Andy Warhol ad Aretha Franklin passando per i Beatles, Frank Zappa, Steve McQueen e Fidel Castro; come protagonista della vita newyorkese è diventato amico intimo di Bob Dylan e dei Rolling Stones; come socio di una discoteca ha fatto suonare nel suo club i Doors prima del loro album d’esordio e Jimi Hendrix quando ancora si chiamava Jimmy James? Solo per citare alcuni passaggi di una vita intensa vissuta tra fotografia, moda, cinema e musica. Una vita vissuta interamente a New York.
“In tutti i miei lavori c’è New York, perfino nell’alta moda”. Jerry Schatzberg, 90 anni a giugno, è cresciuto nel Bronx e si è trasferito a Manhattan solo alcuni anni fa.
La sua carriera è sorprendente nonostante non abbia ricevuto i meritati riconoscimenti, forse a causa di una certa resistenza agli ambienti hollywoodiani, unita ad un forte tasso di indipendenza.
Negli anni ’60 diventa un popolare fotografo di moda e pubblicitario, lavorando per Vogue, Glamour, Esquire e Life, poi passa alla macchina da presa realizzando nell’arco di quattro anni tre film che segneranno la storia del cinema e influenzeranno notevolmente la cosiddetta “Nuova Hollywood”: Puzzle of a Downfall Child (Mannequin – Frammenti di una donna 1970), Panico a Needle Park (1971) e Lo spaventapasseri (1973). La sua carriera come regista continuerà fino agli anni ’90 dirigendo attori del calibro di Meryl Streep e Morgan Freeman.

Jerry Schatzberg.

Lo incontro nel suo appartamento vicino Central Park e parto dall’inizio, dalla sua città e dalla fotografia.
Com’era New York negli anni della tua infanzia?
“Non era così frenetica e caotica come oggi. Ora nel Bronx ci sono molti latini e afro-americani e questo è positivo per l’integrazione. In passato i miei amici erano italiani, irlandesi, ebrei e si integravano perché non dovevano preoccuparsi del colore della loro pelle”.

Inizia a lavorare per un’azienda di pannolini, scattando le foto ai bambini, fino a quando non trova un annuncio di lavoro come assistente fotografo. “Ero affascinato da quel mondo anche se non avevo esperienza. Credo che la mia passione per la fotografia sia nata dopo l’esperienza come assistente di Bill Helburn”.
La prima macchina fotografica professionale la acquista a 26 anni chiedendo un prestito ai genitori.

Wall Street, New York. Photo by Jerry Schatzberg.

Il successo quando è arrivato?
“Dipende da cosa intendi per successo. Scattavo molte fotografie alle giovani modelle che venivano a New York e se riuscivo a scattare una bella foto per me quello era già un successo. Se invece intendi quando ho iniziato a guadagnare i soldi, dopo un anno dall’apertura del mio studio privato”.
Nel 1959, ad una settimana dalla vittoria della rivoluzione, Schatzberg ha persino l’opportunità di fotografare Fidel Castro a L’Avana.

Qualche anno dopo aprirà una discoteca che diventerà un punto di riferimento per New York.
“Inizialmente il nostro club si ispirava al modello francese ma non aveva successo così ho proposto di portare dei gruppi dalla California. Abbiamo fatto suonare i Doors ed i Buffalo Springfield prima del loro primo album ed evidentemente ai giovani piacevano. Abbiamo portato anche Jimi Hendrix quando ancora si faceva chiamare Jimmy James; siamo diventati amici e l’ho incoraggiato ad andare a Londra”.
Tra i suoi lavori anche diverse copertine musicali, la più celebre probabilmente Blonde on Blonde di Bob Dylan.

Bob Dylan by Jerry Schatzberg.

La svolta nella sua carriera avviene sul finire degli anni ’60 quando decide di percorrere la strada del cinema.
Perché questa scelta? Le storie si raccontano meglio con la macchina da presa?
“No, ho deciso di dedicarmi al cinema per raccontare una sola storia, la storia di una mia amica, Anne Sainte-Marie. Non mi piaceva come le riviste e le agenzie di moda l’hanno trattata perché non l’hanno apprezzata. L’hanno abbandonata, come è accaduto ad altre modelle”.

Parliamo di Puzzle, una critica spietata ad un mondo che conosceva bene, quello del business e della moda. Un film in parte autobiografico ma soprattutto un omaggio alle donne. Gli argomenti trattati da Schatzberg – droga, aborto, condizione della donna – rappresentano delle novità per il panorama hollywoodiano ma la sua attenzione, anche nei lavori successivi, rimarrà fissa sui legami interpersonali e sulle relazioni umane. Fin dal suo primo lungometraggio si contraddistingue per una notevole abilità narrativa, tra flashback e variazioni di ritmo. Lo sguardo del fotografo emerge fin dai primi fotogrammi, dall’inquadratura della casa della protagonista, fino ad arrivare alla scena drammatica in ospedale.
“In realtà non ho mai studiato regia formalmente, ho imparato sul campo”.

Faye Dunaway by Jerry Schatzberg.

Dopo una serie di vicissitudini la casa produttrice di Paul Newman e Joanne Woodward decide di produrre il film e il regista affida il copione a Carol Eastman, che avrebbe sceneggiato anche “Cinque pezzi facili” per Bob Rafelson.
Non saprei immaginare quel film senza Faye Dunaway, è stato difficile lavorare con lei?
“Dipendeva dai giorni e dai nostri umori”. I due hanno avuto una relazione per quasi tre anni. “Pensavo che potesse essere adatta per quel ruolo, era meravigliosa”. La prima idea di Schatzberg è quella di avere due attrici, una più anziana e una più giovane per lo stesso ruolo. “Ma quando Faye ha dimostrato il suo interesse ho pensato di incoraggiarla e di farle fare tutte e due i ruoli. Abbiamo avuto periodi difficili, ho addirittura chiuso il set quando lei diventava intrattabile”.

Hai accettato subito il copione di Panic in Needle Park?
“No, pensavo di girare un solo film e di tornare alla fotografia ma quando il mio manager mi ha informato che Al era interessato ho pensato: ‘cavolo, se dovessi girare un film mi piacerebbe lavorare con lui’. Sarebbe stato il suo esordio come protagonista. Lo avevo visto recitare per la prima volta circa quattro anni prima nello spettacolo teatrale Indian Wants The Bronx di Israel Horovitz. Era elettrico. Ero tra il pubblico e non potevo credere a quello che vedevo, sembrava portasse la sua vita sul palco”.

Forse per la prima volta un regista affronta il tema dell’eroina con un tale realismo. Prima di girare Panic, Schatzberg e Pacino svolgono ricerche approfondite sul campo. “Avevamo il vantaggio di non essere famosi e potevamo andare ovunque, frequentare i coffee shop dove sapevamo di trovare diversi drogati e partecipare ai seminari per tossicodipendenti negli ospedali”. Un film girato con camera a mano e completamente on location a due blocchi dall’originale Sherman Square, il cosiddetto “parco della siringa”. “Panic è un film molto duro da vedere e non da tregua. Qualche critico pensava fosse fantastico, altri non sono riusciti a guardarlo”. Gli chiedo se ha mai visto Amore Tossico di Claudio Caligari, mi risponde di no ma si appunta su un foglio il titolo del film. Manhattan e Ostia non sembrano poi così distanti.
“Quando sono stato a Cannes, ho incontrato Keith Richards che mi ha domandato se mi piacevano le droghe pesanti. Evidentemente Keith si drogava. Ho risposto di no e non capiva come fossi riuscito a fare un film così realistico. Si fanno ricerche, si fanno domande, si impara”.

Al Pacino by Jerry Schatzberg.

Quando gli chiedo com’è stato dirigere Pacino, non ha dubbi: “È stato fantastico, è un attore formidabile. Parlavamo di una scena, del personaggio e lui lo assorbiva e attingendo alla sua tecnica si preparava e lo faceva vivere. Quando dicevo ‘azione’ assistevamo a qualcosa che non avremmo mai sognato di vedere, perché questa è il suo linguaggio”.

Kitty Winn vince il premio come migliore attrice a Cannes per l’interpretazione in Panic. “Inizialmente era un po’ in difficoltà, era riservata ma poi è tornata in strada tra i tossicodipendenti per prepararsi e quando è ritornata sul set era fantastica. Volevo qualcuno cresciuto in un background innocente e lei era perfetta. Quando era il momento di girare le scene di nudo però trovava sempre una scusa per rimandare. Poi ho scoperto che era la nipote del generale Marshall (lo stesso del piano Marshall ndr) ed era preoccupata per la reazione di sua nonna”.

 

Terminato Panic, Pacino chiama Schatzberg per girare Lo Spaventapasseri, Palma d’oro a Cannes nel 1973.
Hackman e Pacino sono due attori molto diversi, come li hai diretti?
“Come ho diretto tutti gli altri. Sono diversi anche se provengono dalla stessa scuola di recitazione. Gene indossa i panni del personaggio e diventa il personaggio, Al ha bisogno di un po’ di tempo per entrare nel personaggio ma quando ci entra non ne esce più e mantiene il ruolo per tutto il tempo. Ho cercato di lasciare a ognuno la libertà di creare e ricercare il proprio personaggio”.

Sul set de “Lo spaventapasseri”.

Con questo film Schatzberg si conferma un sapiente narratore di sentimenti per immagini e decide di raccontare un’angolazione dell’agognato sogno americano tramite il legame tra due uomini che viaggiano attraverso il Paese. “Preferisco le storie con un finale aperto perché ognuno si relaziona diversamente con la vita e tutti dovrebbero avere l’opportunità di decidere il finale”.
Molti anche i progetti incompiuti, come ad esempio il sequel de Lo Spaventapasseri. “Avrei voluto girarlo ma Gene è andato in pensione. Sto pensando ad un altro possibile attore. Il film è ambientato 30 anni dopo ed il personaggio di Pacino è cambiato considerevolmente, è un uomo molto diverso dal ragazzo innocente che viaggiava per il Paese. Anch’io sono cambiato molto in questi anni. C’è bisogno che la storia continui perché Lion pensa che il figlio sia morto ma nel sequel scoprirà che non è così”.

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